p 13 .

Paragrafo 2 . La trattatistica rinascimentale.

     
Introduzione.

La  perfezione  dell'universo, le sue  relazioni  interne  di  tipo
rigorosamente matematico, tradotte in regole certe, sono  l'oggetto
ideale  per  un  trattato, cio per una elencazione sistematica  di
norme.
     L'uomo,   in  quanto  microcosmo,  specchio  della  universale
perfezione, pu aspirare egli stesso a realizzare compiutamente  la
sua natura, attraverso la propria attivit.
     Il  Trattato  della  pittura  di Leonardo  (1490),  il  De  re
aedificatoria   di   Leon  Battista  Alberti   (1450),   il   Della
Famiglia(45) dello stesso Alberti (1432) sono esempi di questo tipo
di produzione letteraria.
     La  trattatistica  non  certo un genere letterario  nato  nel
Rinascimento:  certi dialoghi di Platone, come  il  Simposio,  sono
veri e propri trattati; altrettanto si pu dire per opere medievali
quali  la Monarchia e il De vulgari eloquentia di Dante. Ma    nel
Quattrocento  che  il  trattato  diventa  la  forma  egemone  nella
letteratura  in latino(46), per continuare a proporsi  anche  nelle
lingue moderne nel corso del Cinquecento.
     Un  caso  esemplare  costituito dal Cortegiano  di  Baldassar
Castiglione. Composto tra il 1513 e il 1518 e pubblicato nel  1538,
descrive  in maniera chiara e ordinata le qualit fisiche e  morali
dell'uomo  e  della donna di corte, il rapporto  tra  cortigiano  e
principe, le caratteristiche dell'amore platonico.
     Altro  trattato cinquecentesco molto famoso   il  Galateo  di
Giovanni  della  Casa, una codificazione delle  "buone  maniere"  e
delle norme di decoro formale.
     
Tra passato e futuro.

La   trattatistica  rinascimentale  si  fonda   su   due   premesse
necessarie:  l'esistenza  di  regole  certe  che  rispecchiano   la
struttura  della realt e la capacit di agire degli  uomini.  Solo
ci  che  certo, infatti, pu essere oggetto di un trattato,  cio
pu  venire  codificato in una serie di definizioni e di  norme;  e
solo  se ci si rivolge a uomini d'azione si pu non solo descrivere
la  realt,  ma  anche  dare  indicazioni  su  come  agire  e  come
comportarsi.

p 14 .

     Questi  due aspetti, la certezza delle regole e le  norme  per
l'azione   degli  uomini,  rappresentano  anche  la  contraddizione
principale  della  cultura rinascimentale.  Al  carattere  statico,
legato  alla  riscoperta  della  perfezione  classica  con  le  sue
immutabili  regole geometriche, si affianca l'aspetto  progettuale,
la  trasformazione dello stato di cose presenti attraverso l'azione
dell'uomo.
     Il  pensiero rinascimentale  quindi una specie di pendolo che
oscilla  tra  passato e futuro: talvolta prevale la  contemplazione
della  perfezione del Bello e ci si adagia nella restaurata armonia
della Firenze medicea, dove il principe fa rivivere una idealizzata
Atene  di  Platone con la sua Accademia; altre volte invece  ci  si
ingegna a regimentare le acque, a costruire fortificazioni e  nuove
armi,  a  trasformare le citt e a edificarne  di  nuove.  Marsilio
Ficino  e  Leonardo  da  Vinci  possono  esemplificare  queste  due
posizioni.
     Nei  secoli  quindicesimo e sedicesimo si gettano i  semi  che
produrranno  l'evento forse pi importante di tutta la  storia  del
pensiero  occidentale, la Rivoluzione scientifica, ma la  filosofia
rinascimentale  resta,  come  struttura  concettuale,  legata  alla
tradizione classica. Abbiamo visto(47) come il cristianesimo  abbia
fatto  ricorso,  a  partire  dai Padri apologisti,  alle  strutture
concettuali  del pensiero greco, in particolare riferendosi  a  una
Verit  assoluta e incontrovertibile e al carattere universale  che
filosofia e cristianesimo si attribuiscono.
     Queste  stesse  caratteristiche si ritrovano nei  pensatori  e
negli  artisti del Rinascimento. La Verit (Altheia)   gi  tutta
presente  nelle  cose,  nella natura, c'  solo  da  scoprirla,  da
portarla  alla luce; l'agire umano mira a svelarla. La  Verit,  la
Bellezza,  l'Armonia una volta emerse, grazie  alla  ricerca  degli
scienziati, all'abilit degli artisti, alla saggezza dei  principi,
brillano di uno splendore universale.

Niccol Machiavelli.
     
Un  ruolo speciale, nella trattatistica rinascimentale,  svolto da
Niccol  Machiavelli.  In  lui pi che  in  ogni  altro  emerge  la
contraddizione   tra   fedelt   agli   antichi   e   progettualit
rivoluzionaria.
     Nel  sedicesimo  secolo  si    ormai  diffusa  nell'Occidente
cristiano la convinzione che la riflessione teorica non pu  essere
separata  dall'azione  pratica, e le arti  e  le  scienze  traggono
stimolo e alimento da questa convinzione.
     Le azioni e le opere degli uomini lasciano nella storia tracce
profonde  che  rivelano quale sia la natura  umana.  Inoltre  nella
natura   degli   uomini    possibile  riconoscere   la   struttura
dell'intera   realt,  secondo  quel  rapporto  tra  microcosmo   e
macrocosmo   tipico   della  cultura  rinascimentale.   Se   l'arte
testimonia la natura "divina"(48) dell'uomo, la storia  la scienza
che  consente  di  conoscere le azioni degli uomini  nel  tempo,  e
quindi si pone come strumento indispensabile per la conoscenza  del
reale.
     Con la riflessione di Niccol Machiavelli sulla storia e sulla
politica  la  filosofia  del Rinascimento raggiunge  uno  dei  suoi
vertici pi alti.
     
     p 15 .
     
La conoscenza storica come epistme.

La  riscoperta  degli  antichi  implica,  come  abbiamo  detto,  un
giudizio critico sul Medioevo, una riflessione di tipo storico  che
si stacca dalla visione provvidenziale tipica del cristianesimo.
     Gli  antichi non sono pi visti come anticipatori della  piena
realizzazione  dell'umanit nel cristianesimo, ma come  espressione
di  una  razionalit  capace di conoscere  ed  esprimere  le  leggi
universali e immutabili dell'Essere.
     La  visione  della storia del Machiavelli, e in  generale  del
Rinascimento,  priva di un elemento che - sotto l'influenza  della
cultura  cristiana  e della storiografia illuminista,  positivista,
idealista (e marxista) - siamo abituati a considerare essenziale in
qualsiasi  discorso  storico: l'idea  di  progresso(49)  legata  al
concetto di divenire.
     Presso gli antichi il divenire della storia prende le mosse da
una  ipotetica  et  dell'oro,  in  cui  l'umanit  era  felice   e
realizzava pienamente se stessa; nel corso dei secoli si assiste  a
una  progressiva caduta, in cui i successi delle nuove  tecniche  e
delle  scienze non riescono a nascondere del tutto la perdita della
felicit  originaria(50). L'azione dell'uomo tende alla riconquista
di quel mitico passato, cio a realizzare di nuovo quell'originario
e  immutabile modello di umanit. I grandi della storia sono coloro
che pi di altri hanno incarnato quell'uomo ideale.
     Su  questa  linea  si  muove  anche  Niccol  Machiavelli:  le
caratteristiche dell'umanit sono immutabili e cos le leggi  della
storia;  i  grandi  uomini valgono per quello che  hanno  fatto,  a
prescindere  da quando lo hanno fatto. Molto raramente  Machiavelli
cita  la  data  degli  avvenimenti che  riferisce;  la  prospettiva
cronologica  scompare,  tutti i grandi diventano  contemporanei  ed
egli,  nel  suo  studio dell'Albergaccio, pu chiedere  conto  agli
antichi  delle  loro  azioni,  in un colloquio  che  vive  in  modo
tutt'altro che metaforico(51).
     Ogni  caso  particolare - ogni avvenimento e ogni  personaggio
della  storia  -    manifestazione  di  una  legge  generale,   di
quell'"ordine  delle  cose" (ordo rerum)  cos  caro  alla  cultura
rinascimentale. Mos e papa Alessandro sesto, Teseo e  Massimiliano
d'Austria,  con  le loro azioni, sono espressione dell'unica  legge
che  governa  la storia. La storia, quindi, in quanto  scienza  che
studia   ci   che   non   muta,  ha  le  caratteristiche   proprie
dell'epistme.
     Ma, si noti bene, il modello immutabile, all'interno del quale
si  svolgono i fatti storici, non deriva per il Machiavelli da  una
dimensione  metafisica  e  trascendente, da  schemi  moralistici  o
teologici  che  impongono  una interpretazione  predeterminata  dei
fatti storici, ma da uno studio di tipo
     
     p 16 .
     
     sperimentale  di  quei  fatti(52).  Anche  nella   storia   il
generale, secondo i principi dell'induzione, nasce dal particolare.
     
L'arte della politica.
     
Le  leggi  che  regolano la storia, per Machiavelli, operano  negli
atti  concreti  degli  uomini, sono ad essi  immanenti;  quindi  di
ciascun  avvenimento  si  pu capire  come  e  perch  accade,  non
esistono fatti straordinari o miracoli incomprensibili(53).
     L'insieme   di  atti  concreti  che  gli  uomini  compiono   
riconducibile  alla politica. Essa non  una fra le tante  attivit
umane, ma quella che tutte governa e tutte condiziona.
     L'uomo  infatti,  per  Machiavelli,  realizza  interamente  la
propria umanit nella forma sociale dello stato.
     Lo stato appare necessario proprio partendo dall'analisi della
natura  umana:  essa    sostanzialmente malvagia(54),  e  tale  si
mantiene  nei  secoli,  ma  pu nelle  situazioni  concrete  essere
"migliorata".  "Gli  uomini  nacquero vissero  e  morirono  con  un
medesimo  ordine"(55); la natura umana  immutabile come  le  leggi
che  regolano l'universo, ma, al tempo stesso, in quanto  "materia"
che costituisce gli stati, pu essere plasmata, come la creta nelle
mani  del vasaio, e, all'interno dello stato, pu far prevalere  la
componente razionale, che pure  ineliminabile nell'uomo.
     Modellatore  dello stato, e quindi artefice della dignit  dei
suoi componenti,  il principe. A lui e ai suoi compiti Machiavelli
ha  dedicato  il  trattato  di arte della politica  certamente  pi
famoso di tutta l'Et moderna, il De principatibus(56).
     In   epoca   rinascimentale  si  era  sviluppata   tutta   una
trattatistica  politica  che si rifaceva al  mondo  classico,  alla
Politica  di  Aristotele e alle opere di Cicerone, e che  aveva  lo
scopo  o  di  esaltare  qualche principe o  monarca  -  visto  come
incarnazione  del  sovrano  ideale - o  di  fornire  una  serie  di
precetti,  spesso solo formali, che dovevano guidare  l'azione  dei
governanti(57).
     
     p 17 .
     
     Il  principe  cui  si rivolge Machiavelli  non    un  sovrano
"ideale",   frutto  della  immaginazione  di  chi  ha  scritto   di
"repubbliche   e  principati  che  non  si  sono   mai   visti   n
conosciuti"(58):   egli      un   individuo   concreto,   con   le
caratteristiche  comuni  a tutti gli uomini,  calato  nella  realt
effettuale.
     Nel  capitolo  quindicesimo del Principe   messo  proprio  in
evidenza che non c' distinzione tra il principe e gli altri uomini
se  non  per il fatto che, essendo chi governa pi in alto,    pi
facile valutarne le qualit(59).
     Certamente  i  principi sono pochi, molti meno  dei  filosofi:
l'arte di governare, come la filosofia, non  per tutti; ma ciascun
uomo   ha   la   possibilit  di  trasformarsi  da   "privato"   in
principe(60).  Quindi  la riflessione che  Machiavelli  fa  su  chi
governa  pu essere in qualche modo estesa a tutti gli  uomini  che
vogliono  e  possono essere padroni di se stessi  e  delle  proprie
azioni(61).
     
La "verit effettuale".
     
Il  carattere "epistemico" della storia, l'immutabilit  delle  sue
leggi,  non  toglie  valore  e non annulla  la  responsabilit,  la
libert  e  le qualit individuali. Le leggi generali della  storia
hanno senso in quanto inseparabili da fatti concreti(62), voluti  e
prodotti dagli individui.

p 18 .

     La  volont  e la libert collocano, come ormai abbiamo  visto
pi  volte,  l'azione dell'uomo nell'ambito della morale,  cio  di
regole  relative  a ci che  bene e a ci che   male.  Da  queste
regole derivano i doveri: individuato il bene si deve perseguirlo.
     Le  norme  morali  tradizionali,  in  particolare  quelle  del
cristianesimo(63), si pongono al di fuori della realt dei fatti  e
per questo possono provocare solo la rovina di chi le segue, perch
c'  una  grande differenza tra come le cose sono e come dovrebbero
essere(64);  e  chi si ostina a volere essere "buono"  (secondo  la
definizione  di quelle norme) in tutte le situazioni,  in  mezzo  a
tanti  che  buoni  non  sono,   destinato  al  fallimento  e  alla
sconfitta(65).
     E'  necessario quindi individuare una nuova tipologia di norme
di  comportamento  che tengano conto della concretezza  dei  fatti,
della  verit  effettuale. E a nuove norme  corrisponde  una  nuova
concezione della virt.
     
La virt.

Prima  di  ogni altra cosa, quando si parla di virt e di norme  in
base  alle  quali  definirla, si deve ripensare il  significato  di
"bene" e, in particolare, di "Sommo Bene".
     Il  Sommo  Bene  cui guarda il Machiavelli    un  bene  tutto
terreno,  calato  nella realt effettuale;  il bene  dello  stato,
perch, come abbiamo gi accennato, in esso si realizza il bene dei
singoli individui e anche la loro felicit: il principe virtuoso  
colui  che  consente l'esercizio della virt anche a  ciascuno  dei
suoi concittadini(66).
     Ora,  il  bene  dello stato non si ottiene e non  si  conserva
seguendo  sempre  e  dovunque ci che  definito  bene  in  maniera
assoluta  dalla  morale tradizionale. Naturalmente Machiavelli  non
mette  in  discussione il fatto che, in termini di valore assoluto,
la  piet  sia  positiva  e la crudelt negativa;  solo  che,  egli
afferma,  la  realt effettuale impedisce di ragionare  in  termini
universali:  e  quindi  il comportamento che,  riferendosi  a  quei
termini,
     
     p 19 .
     
     appare virt, pu risultare dannoso, mentre ci che  ritenuto
vizio pu avere effetti positivi(67).
     Non  esiste una distinzione tra i mezzi e il fine dell'azione,
perch  gli effetti di un'azione, come l'intenzione che la precede,
non sono da essa separabili: non pu essere buona un'azione dettata
da  piet se produce pessimi risultati, mentre deve essere valutata
positivamente l'azione che appare crudele, ma che risulta utile  al
bene dello stato e dei cittadini(68).
     La   razionalit,  tra  le  qualit  della  natura  umana,   
sicuramente  quella  che  pi  di ogni  altra  la  caratterizza  e,
pertanto,  deve  essere sviluppata e realizzata  al  massimo  nelle
relazioni  tra gli uomini. E se gli uomini fossero tutti  buoni,  e
facessero ricorso alla ragione, sarebbero sufficienti le leggi  per
regolare  i  loro rapporti. Ma siccome in molti prevale  la  natura
della  bestia, che pure  presente in noi(69) e che si esprime  con
la  forza e solo la forza intende,  necessario che il principe  vi
faccia  ricorso.  Dunque, per affermare se stessa,  la  razionalit
deve fare ricorso anche alla forza(70).
     Questo  intreccio  tra  ragione e forza,  a  ben  guardare,  
riconducibile alla concezione platonica dell'anima, a  partire  dal
mito della biga alata(71) fino all'elaborazione di Marsilio Ficino:
la  parte razionale dell'anima  sottoposta all'azione di due forze
opposte  che  la tirano una verso il basso e una verso l'alto.  Non
negando nessuna delle due e non cedendo a nessuna, bens usandole e
dominandole entrambe, la ragione realizza se stessa.
     Anche in Machiavelli la razionalit si identifica con il Sommo
Bene e quindi con la virt.
     
La fortuna.

Contro   una  visione  provvidenzialistica  della  storia  si   era
affermata  nella  cultura rinascimentale l'idea che  l'uomo  avesse
nelle  proprie  mani  le  redini del proprio  destino  (homo  faber
fortunae suae), e grazie all'uso della ragione

p 20 .

potesse  determinare  e controllare non solo le  proprie  azioni  e
realizzazioni, ma vincere e dominare la stessa natura(72).
     Eppure,  volgendo lo sguardo al complesso delle  realizzazioni
umane, cio alla storia, si potrebbe concludere che esse non  siano
il  frutto  della virt, cio della razionalit, ma di un  progetto
divino  per  noi  incomprensibile,  o  della  sorte  e  del   caso,
altrettanto  incomprensibili(73). Studiando le vicende  dei  nostri
tempi - osserva il Machiavelli - e vedendo le continue e improvvise
trasformazioni che sembrano avvenire al di fuori di ogni  possibile
previsione  umana,  si  potrebbe essere  indotti  ad  accettare  il
dominio  della fortuna (sorte) nella storia. Ma  altrettanto  vero
che  lo  studio  complessivo della storia,  soprattutto  di  quella
antica,  rivela  il ruolo determinante dell'umana virt,  e  quindi
della  libert  -  che  della  virt    condizione  necessaria   -
nell'affermazione dei popoli e nella creazione degli imperi.
     Fortuna  e  virt,  antagoniste per natura, sono  unite  nella
determinazione degli eventi storici(74).
     Ma la loro  un'unione  di tipo "dialettico", che non nega la
loro  opposizione, ma piuttosto la esalta. E' vero che talvolta  la
fortuna  irrompe  nella  storia  in  maniera  imprevedibile,  ma  
altrettanto   vero  che  la  virt  possiede  gli   strumenti   per
contrastarla  e  in molti casi per prevenirne gli effetti,  proprio
perch  anche la fortuna non  qualcosa di estraneo alla  natura  e
quindi alle leggi generali che la regolano.
     In  ultima analisi, la virt non pu eliminare la fortuna,  ma
pu  gestirla  e  dominarla.  Per  esprimere  questo  concetto   il
Machiavelli usa una immagine estremamente suggestiva: "E assomiglio
quella  [la  fortuna]  a uno di questi fiumi rovinosi,  che  quando
s'adirano,  allagano i piani, ruinano gli alberi  e  gli  edifizii,
lievano  da questa parte terreno, pongono da quell'altra:  ciascuno
fugge  loro dinanzi, ognuno cede all'impeto loro, senza potervi  in
alcuna parte ostare [opporsi], e bench siano cos fatti, non resta
[ci non toglie] per che gli uomini, quando sono tempi quieti, non
vi  potessero fare provvedimenti e con ripari e argini, in modo che
crescendo  poi,  o  andrebbero per un canale, o l'impeto  loro  non
sarebbe  n  s  licenzioso [sfrenato] n  s  dannoso.  Similmente
interviene della fortuna: la quale dimostra la sua potenza dove non
  ordinata virt a resisterle, e quivi volta i suoi impeti dove la
sa che non sono fatti gli argini e i ripari a tenerla"(75).
     
     p 21 .
     
Analisi storica e progetto.

L'attenzione alle vicende storiche e alla realt effettuale  assume
nell'elaborazione di Machiavelli il carattere di un grande progetto
politico e filosofico.
     Si    cercato,  da  parte della critica,  di  individuare  il
modello che avrebbe ispirato Machiavelli nel tratteggiare la figura
del  principe  e si  voluto vederlo in Cesare Borgia  o  in  Luigi
dodicesimo di Francia. Molto probabilmente Machiavelli non  intende
tracciare il ritratto di nessuno dei governanti suoi contemporanei.
Il  principe  che  egli descrive  il frutto di un'attenta  analisi
storica  che  parte  dall'antichit e dal  mito  e  rappresenta  il
modello  per quanti vogliano essere padroni di se stessi prima  che
signori di principati.
     In    quanto   modello,   in   senso   quasi   platonico,   le
caratteristiche  del principe non sono immediatamente  realizzabili
nella  concretezza  della  storia, ma  indicano  un  obiettivo  cui
aspirare,  una  meta da raggiungere attraverso un  cammino  guidato
dalla  virt: ci che importa  percorrere quella via, anche se  la
meta  una utopia.
     L'origine storica della figura del principe e la sua  funzione
di   modello    illustrata  con  grande  chiarezza  dallo   stesso
Machiavelli: "Non si meravigli alcuno se, nel parlare che  io  far
de'  principati al tutto nuovo e di principe e di Stato io  addurr
grandissimi esempi; perch, camminando gli uomini quasi sempre  per
le  vie  battute da altri, e procedendo nelle azioni  loro  con  le
imitazioni, n si potendo le vie d'altri al tutto tenere,  n  alla
virt  di  quelli  che tu imiti aggiungere, deve un  uomo  prudente
entrare sempre per vie battute da uomini grandi, e quelli che  sono
stati  eccellentissimi imitare, acci che se la sua  virt  non  vi
arriva,  almeno  ne renda qualche odore; e fare  come  gli  arcieri
prudenti,  a'  quali parendo il loco dove disegnano  ferire  troppo
lontano,  e  conoscendo fino a quanto va la virt  del  loro  arco,
pongono  la  mira  assai pi alta che il loco  destinato,  non  per
raggiungere  con la loro freccia tanta altezza, ma per  potere  con
l'aiuto di s alta mira pervenire al disegno loro"(76).
